Questo è un post molto delicato: da sempre il cibo è fonte di gioie e dolori. Lo posso dire perché ho passato anni a studiarlo ma soprattutto perché ho avuto il privilegio di ascoltare tante donne che nell’ambiente ovattato del mio studio mi hanno parlato di mille modi in cui l’amore per il cibo può diventare tossico, ed è stato bellissimo aiutarle.

Quando nasciamo impariamo a collegare il cibo all’amore. La prima forma di cura incondizionata passa dal cibo: la mamma che ci allatta e che nel gesto dell’abbraccio ci tiene strette a sé. In quel nutrirci ci passa sicurezza, amore e accoglienza; ancestralmente è più facile vedere il cibo come mezzo di consolazione molto più di altre cose.

Aggiungiamoci le varie esperienze personali: se siamo cresciute in famiglie dove per farci smettere di piangere o per premiarci ci venivano offerte caramelle, gelati e cibi in genere, questo legame si può essere rafforzato. Certo non parlo di sporadiche situazioni, se però questo legame con il cibo nel tempo è diventato un’abitudine, si sono create in noi vere e proprie sinapsi che ci portano oggi a un gesto automatico della mano che porta alla bocca il cibo. Il nostro corpo e la nostra mente si stabilizzano su quel processo e diventa naturale.


Ma è fame vera o fame emotiva

Quando dentro di noi si instaurano questi meccanismi difficilmente sappiamo riconoscere la fame vera dalla fame emotiva. O meglio, forse ce ne rendiamo conto dopo aver consumato fino a star male ogni sorta di cibo spazzatura.

Ci sono molte emozioni collegate al cibo: si può mangiare per rabbia, per colmare un senso di vuoto, per consolazione, per ansia, per tristezza, perché ci sentiamo sole… Tutto può nascere da un evento o per il protrarsi di una situazione stressante.

Anche questo periodo, in cui dall’oggi al domani la nostra vita è cambiata drasticamente, può aver innescato meccanismi di abbuffate o aver intensificato quelle esistenti. Vorrei però rassicurarti: non sei la sola, non sei ‘anormale’, non sei imbarazzante. Sei umana

Ti abbuffi? Sei umana: la forza di volontà non basta

Le donne che aiuto in questo percorso spesso mi dicono che non si rendono conto di come davvero avvenga l’abbuffata: sentono un richiamo irrefrenabile verso il frigo, come il canto delle sirene per i marinai.

La forza di volontà purtroppo non basta a fermare queste abitudini, perché ciò che ci spinge si trova a un altro livello rispetto al pensiero. Così basta trovarci in quel giorno in cui siamo più stanche o più stressate che la nostra volontà viene meno, e cadiamo nuovamente nell’abbuffata.

Quello che vorrei davvero trasmetterti con questo articolo è che non è una questione di volontà, e che se non ci riesci non è vero che non sei abbastanza forte o determinata. Focalizzarti su questo non risolve il problema ma anzi abbassa anche la tua autostima. Queste abitudini non funzionali, per te, vanno risolte in altro modo.

Serve lavorare a livello del subconscio per sganciarti da convinzioni e consolazioni legate al cibo. (Scopri come farlo con il benessere psicofisico ) Esistono diverse tecniche che funzionano, ti danno soddisfazione perché senti da subito una differenza nelle tue pulsioni verso il cibo e ti rendono più serena rispetto al rapporto con esso: riequilibrio emotivo attraverso tapping sulle situazioni che fanno da trigger. sganciare convinzioni, lavorare sull’immagine di se, visualizzazioni, meditazioni…

Lavorare sulla mente conscia non serve, lo sappiamo fin troppo bene che non funziona, lo sanno tutte quelle diete iniziate e lasciate a metà, lo sa il senso di frustrazione che ci schiaccia ogni volta che la determinazione a seguirle scivola via. Ciò che serve è lavorare sul subconscio che invece ha messo il pilota automatico e che quindi va disabilitato.

Concediti l’assoluzione: non ha senso parlare in termini di sensi di colpa né martoriarsi per l’ennesima dieta abbandonata. Ha senso partire da più indietro, o meglio, da un punto più profondo per smettere di fare fatica ogni giorno ma creare un rapporto più sano con il cibo. E sì, puoi farcela anche tu, non hai nulla di diverso o di ‘più sbagliato’ rispetto alle altre. 


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